Perché la specializzazione nel sostegno non basta più.

Come ha scritto nei giorni scorsi su queste stesse pagine Sonia Zen [“La preparazione al sostegno non è ‘gavetta’!”, N.d.R.], l’insegnante di musica di Treviso che onestamente ha rinunciato al posto di sostegno per un’allieva con grave autismo, dichiarando la sua impreparazione, è la dimostrazione che non si può svolgere una mansione difficile come questa senza averne la specifica preparazione.
Il nostro Paese ha sempre privilegiato la formazione generale e quella iniziale nella scuola e nell’Università, conferendo poi il titolo di abilitazione e dimenticando la necessità della formazione permanente e di quella specifica. Sembra di vivere agli antipodi rispetto ai Paesi dove esiste da sempre la cultura del “Master specialistico”, aperto anche a non laureati, per imparare a praticare le conoscenze scientifiche più aggiornate in un campo ben determinato e ristretto.
La genericità della preparazione, se non seguita da una formazione permanente, va generalmente a scapito dell’abilità specifica: a parte infatti l’esempio di alcuni grandi geni come Leonardo da Vinci, che in altri tempi poteva abbracciare molti campi della scienza e dell’arte, primeggiando in tutti, oggi l’avanzamento tumultuoso della scienza e della tecnica impone la specificità e l’aggiornamento continuo, per garantire una prestazione professionale di buon livello.
Nel nostro Paese la formazione permanente è molto trascurata e soltanto di recente sono stati introdotti in alcuni settori professionali, come ad esempio la medicina, gli obblighi di aggiornamento continuo. L’ideale della preparazione del medico sarebbe, a mio parere, frequentare il corso di laurea in Italia, la specializzazione negli Stati Uniti e la formazione permanente in Gran Bretagna.

Per gli insegnanti di sostegno e gli educatori addetti alle persone con autismo, la situazione è simile, aggravata dal fatto che per molti decenni la falsa teoria della cosiddetta “madre frigorifero”, quale causa del disturbo del figlio, ha dominato la scena italiana, quando già nel 1969 Leo Kanner aveva pubblicamente chiesto scusa ai genitori per avere letteralmente inventato questa teoria su basi statistiche del tutto errate. Purtroppo la mancanza di aggiornamento è tale per cui molti ancora credono in quella teoria e si comportano di conseguenza, rovinando le possibilità di abilitazione dei bambini con autismo.

La recente Sentenza n. 5851/18 del Consiglio di Stato, di cui si è già ampiamente occupato anche «Superando.it», riconosce per i non vedenti la necessità di un insegnante di sostegno non soltanto con il titolo di specializzazione polivalente, ma con specializzazione specifica sulla singola disabilità (nel caso in esame si tratta di specificità in tiflologia per un non vedente, che fruisce già in contemporanea dell’assistente all’autonomia e alla comunicazione).
Per i casi di autismo, che soltanto in alcune Regioni usufruiscono dell’assistente all’autonomia e alla comunicazione (più o meno specializzato), a maggior ragione si dovrebbe dare un insegnante specializzato – e aggiungo anche un educatore specializzato – specificamente per l’autismo e i disturbi del comportamento.
Inoltre, la formazione degli insegnanti, degli educatori, degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione e di tutto il personale sanitario e sociale che ruota intorno alle persone con autismo, unitamente ai familiari, dovrebbe essere completata con lo studio dell’ABA, l’Analisi Applicata del Comportamento, finora “tabù” per la stragrande maggioranza degli italiani, che insieme ai “fratelli francesi” l’hanno ingiustamente criminalizzata.
Le Linee di Indirizzo sull’autismo del 10 maggio di quest’anno dedicano a questa esigenza formativa le ultime due pagine, impegnando il Governo centrale e quello periferico ad attuarla.
Proprio in questi anni il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ha imposto alle Università un impegno per la qualificazione e l’aggiornamento di insegnanti e educatori. Quale migliore occasione per attuare quanto scritto in quelle nuove Linee di Indirizzo? Invece questo non sembra stia affatto avvenendo, cosicché quelle stesse Linee di Indirizzo rischiano di restare lettera morta.

Riassumendo:
1) Il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca ha chiesto a tutte le Università di attuare in quest’anno accademico un corso per la specializzazione polivalente sulla disabilità per circa 15.000 corsisti, per avere, nel prossimo anno, almeno una nuova leva di insegnanti di sostegno.
2) Sono stati resi obbligatori i 24 CFU (Crediti Formativi Universitari), per completare il curriculum vitae dei docenti.
3) Sono stati istituiti i FIT (Formazione Iniziale e Tirocinio), la cui sostanza viene descritta così dalla testata «Orizzonte Scuola»: «Per diventare insegnanti il sistema di reclutamento della “Buona scuola” prevede un periodo di tirocinio e formazione (FIT). Riguarda il nuovo sistema per diventare docenti nella scuola secondaria di secondo grado. In soffitta l’abilitazione all’insegnamento. Per diventare docenti nella scuola secondaria, bisognerà dopo la laurea superare il concorso che consentirà l’accesso al nuovo percorso di formazione iniziale, tirocinio e inserimento nella funzione di docente, denominato FIT».
4) La formazione permanente è diventata obbligatoria per il personale tutto della scuola. Anche se la sua obbligatorietà con le eventuali sanzioni è stata legata alla stesura del Contratto Collettivo Nazionale, tuttavia già da qualche anno gli Istituti programmano la formazione permanente per il loro personale.
5) Il contenuto del Disegno di Legge della senatrice Vanna Iori è stato approvato il 27 dicembre 2017 con la Legge di Stabilità 205/17 e prevede le mansioni dell’educatore professionale socio-pedagogico, laureato triennale nei dipartimenti universitari di educazione. In via transitoria, a coloro che oggi svolgono le mansioni dell’educatore, sprovvisti della laurea di educatore, viene data la possibilità di ottenere la qualificazione di educatore professionale socio-pedagogico con un corso intensivo della durata di un anno, di 60 Crediti Formativi Universitari, appositamente ritagliato sulle loro situazioni di studenti lavoratori, quasi tutti impegnati in àmbito di disabilità. Tale corso intensivo deve essere organizzato in forma prevalente a distanza, dai Dipartimenti di Scienza dell’Educazione, per tre anni accademici, a partire dal 2018-19. Si presenta pertanto un’ottima possibilità di dare una formazione in Pedagogia e Psicologia Speciali ad oltre centomila operatori che in grandissima parte lavorano nel settore delle persone con disabilità di tutte le età, dall’asilo nido, ai centri, all’inclusione lavorativa e all’età anziana.

Nel 2011-2012, il Ministero aveva ha finanziato corsi di perfezionamento per non laureati e master per ciascun tipo di disabilità (autismo, ritardo mentale, disabilità sensoriale e motoria). Preso atto che le disabilità sensoriali avevano da molto tempo un’adeguata attenzione, per la presenza storica di validissime istituzioni formative per non udenti e non vedenti, che formano gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione, e che gli educatori professionali laureati da Facoltà di Medicina e Chirurgia e i fisioterapisti hanno una moderna formazione sulla disabilità motoria e la relativa tecnologia di ausilio, negli anni seguenti i finanziamenti ministeriali si sono concentrati soltanto sui master relativi all’autismo e ai disturbi del comportamento, verificando che la carenza di formazione è più forte dove le problematiche sono più gravi.
I citati corsi intensivi per educatori dovrebbero pertanto colmare queste lacune anche nella fascia di operatori che sono sprovvisti di laurea, ricordando che la figura dell’educatore socio-pedagogico trova attualmente impiego soprattutto nelle scuole per gli alunni con disabilità mentale grave, dovuta a disturbi del neurosviluppo (comportamento autistico e disabilità intellettiva) e nei centri per le persone con disabilità mentale.

In un suo Parere del luglio scorso, il Consiglio Universitario Nazionale del Minisatero dell’Inclusione, Università e Ricerca ha fornito uno schema degli insegnamenti che devono essere impartiti nel corso intensivo, senza sottolineare a sufficienza l’esigenza maggiore di formazione, quella cioè di prendersi cura degli alunni e delle persone con disabilità mentale e in particolare con disturbi del comportamento.
Sul totale, infatti, di 60 Crediti Formativi Universitari del corso intensivo, l’area pedagogica ne conta 32, ma le Università che devono dividere quei 32 fra Pedagogia Speciale (M-PED/03), Pedagogia Generale, Storia della Pedagogia e Pedagogia Sperimentale, hanno assegnato ben poco spazio alla Pedagogia Speciale. In tal senso, da una mia personale ricognizione sui programmi pubblicati da una dozzina di Università, emerge che la Pedagogia Speciale è presente da un minimo di zero a un massimo di 16 Crediti Formativi Universitari (ivi compresi 8 Crediti per la Storia della Pedagogia Speciale dell’Università di Pisa con sede ad Arezzo). Ovunque dominano le altre discipline, la cui importanza per questa categoria di personale, generalmente privo di preparazione teorica universitaria, è inferiore e non può ragionevolmente essere recuperata con un corso annuale.
Analogo ragionamento può farsi per i 6-10 Crediti Formativi Universitari degli insegnamenti di Psicologia.
Queste decisioni delle Università – che non tengono conto dei bisogni degli educatori e delle persone con disabilità – vanno spiegate anche con il fatto che nei Dipartimenti di Educazione scarseggiano i docenti che si occupano di disabilità.
Migliaia di operatori che svolgono la funzione di educatori verranno quindi formati e stabilizzati indipendentemente dalle esigenze concrete di lavoro attuale e futuro, perdendo un’occasione di formazione permanente per coloro che nei prossimi decenni si prenderanno cura delle persone con disabilità.

Perciò si ritiene urgente un’azione di indirizzo da parte del Consiglio Universitario Nazionale sui Dipartimenti e le Facoltà di Educazione affinché vengano privilegiati gli insegnamenti più aderenti alle esigenze professionali di questi educatori e più adeguati alle necessità della società inclusiva che si auspica di volere costruire in favore delle persone con grave disabilità mentale.
Dal canto loro, Associazioni come l’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) e l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), accreditate per la formazione presso il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, potranno dare un valido aiuto a questo scopo.

Già docente di Programmazione e Organizzazione dei Servizi Sociali e Sanitari all’Università di Modena e Reggio Emilia e all’Università di Bologna (hanau.carlo@gmail.com).

di Carlo Hanau

Tratto da Superando.it